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Bevande analcoliche in negativo per il calo dei consumi. Anche Coca Cola ricorre alla cassa integrazione

soft drink on a wooden background

In questo momento in cui l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione del COVID-19 va di pari passo con le difficoltà delle imprese e delle attività del nostro Paese, a causa delle misure contenitive, abbiamo bisogno anche di segnali positivi. Per questo Horecanews.it, tenendo fede al patto d’informazione con i suoi lettori, ha deciso di non fermare la normale programmazione ma di tenervi aggiornati sulle notizie del settore, anche per concedere un momento di svago dalle difficoltà del momento.

Da settimane il DPCM governativo ha stabilito la necessità di restare nelle proprie abitazioni, con la successiva e inevitabile chiusura di locali come bar e ristoranti.

I consumi fuori casa si sono azzerati, e di conseguenza tutti i prodotti collegati a bar e ristorazione stanno riscontrando un calo.

È questo il caso delle bibite analcoliche, o soft drink che, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, parla di “sofferenza del comparto bevande analcoliche“.

Si tratta di un comparto che conta 80 aziende e 100 stabilimenti, impiega circa 80mila lavoratori ed ha un mercato in Italia pari a 4,9 miliardi di euro. Di questi, 800 milioni sono generati direttamente dalle imprese di produzione di soft drink, 1,1 miliardi generati dalle imprese che forniscono le materie prime per la produzione e i restanti 3 miliardi provengono dalle fasi di commercializzazione dei prodotti (distribuzione e vendita). Secondo quanto riportato sul sito di Assobibebar, ristoranti, locali serali, grazie alla vendita delle bevande analcoliche generano per l’economia nazionale circa 2,5 miliardi di euro di valore aggiunto“.

Come si potrà quindi immaginare, il comparto è stato fortemente colpito dalle misure di prevenzione e contenimento dell’epidemia, registrando gravi perdite.

La Grande Distribuzione Organizzata non riesce a controbilanciare le perdite derivate dall’Horeca.

Mentre beni come farina, conserve, latte a lunga conservazione conoscono quello che gli esperti chiamano “effetto stock“, le bevande analcoliche come chinotti, limonate, cola, bevande energizzanti riescono a stento a stare a galla.

Come si legge in una dichiarazione di David Dabiankov Lorini, direttore generale di Assobibe pubblicata da Il Sole 24 Ore: “Forti di una tenuta iniziale, in ipermercati e super cominciamo a registrare un calo del 10%, destinato ragionevolmente ad aumentare“.

Proprio per questo e in previsione (fra le più rosee) di una perdita di fatturato del 30% al termine della quarantena, Assobibe chiede al Governo il blocco dei versamenti fiscali e contributivi legati a Sugar e Plastic Tax, di prossima scadenza.

La cassa integrazione è infatti un paracadute a cui molte aziende stanno ricorrendo e fra queste non si escludono realtà del calibro di Coca Cola, colosso del beverage analcolico.

Coca Cola Italia ha infatti dichiarato, a Il Sole 24 Ore Radiocor, che ha attivato la cassa integrazione ordinaria per 300 dipendenti, collegati al canale Horeca e impossibilitati a operare. “L’Horeca, che per noi rappresenta fino anche al 40% del business è completamente fermo, mentre la crescita delle vendite nella Gdo non compensa quanto si sta perdendo. A ciò va sommato un rallentamento dei Cash&Carry, a causa delle restrizioni agli esercizi commerciali che solitamente vi si riforniscono”.

In ogni caso, i cinque siti produttivi di Coca Cola sono attivi e fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono state prese tutte le precauzioni per assicurare la sicurezza dei dipendenti e dei prodotti.

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