Home Notizie Attualità DPCM 25 ottobre: le reazioni del mondo Horeca alle nuove restrizioni

DPCM 25 ottobre: le reazioni del mondo Horeca alle nuove restrizioni

Le principali associazioni di categoria del mondo Horeca e della filiera agroalimentare connessa commentano le nuove restrizione introdotte dal DPCM del 25 ottobre

Domenica 25 ottobre il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha indetto una conferenza stampa per illustrare le nuove misure contenute nel DPCM entrato in vigore lunedì 26 ottobre e valido fino al 24 novembre.
Il Decreto ha introdotto ulteriori strette per tentare di controllare i contagi, imponendo la chiusura di alcune attività come palestre, piscine, centri benessere, cinema, teatri e sale da concerto. Stop anche per sale giochi, sale scommesse, bingo e casinò. Vietate fiere di carattere nazionale e internazionale; congressi e convegni potranno svolgersi solo a distanza.

Nello specifico, poi, per bar, ristoranti, pub e pasticcerie potranno restare aperti dalle 5 alle 18 compresi i festivi. Nei ristoranti sono ammessi tavoli di massimo 4 persone (fatta eccezione per i nuclei familiari). Dopo le 18 è consentita ai pubblici esercizi l’attività di delivery e take awary fino alle ore 24. È fatto però divieto assoluto di consumare in strada il cibo acquistato. Entrato di nuovo in vigore il divieto di feste legate a cerimonie civili e religiose, nel precedente decreto consentite con un numero massimo di 30 invitati.

Il Presidente Conte ha infine assicurato che per le imprese dei settori colpiti dalle nuove restrizioni, arriveranno nuovi indennizzi a fondo perduto, uno stop per la seconda rata dell’Imu e un credito d’imposta sugli affitti. Confermata anche la possibilià di far ricorso alla cassa integrazione, un contributo una tantum per gli stagionali del turismo, spettacolo, lavori intermittenti dello sport. Disposta infine un’ulteriore mensilità del reddito di emergenza e l’introduzione di misure di sostegno a favore della filiera agroalimentare.

Il nuovo DPCM ha incontrato le perplessità del mondo Horeca, ancora provato dalla prima ondata della pandemia.
Molte le reazioni dalle associazioni di categoria e della filiera alimentare – che ricordiamo è strettamente connessa soprattutto al mondo della ristorazione – che provano a mettere sotto gli occhi delle Istituzioni i danni che le nuove restrizioni causeranno a un settore trainante dell’economia del paese, fatto di imprenditori ora decisamente allarmati.

FIPE: “Non esiste connessione tra la frequentazione dei Pubblici Esercizi e la diffusione dei contagi”

La presidenza Fipe-Confcommercio, riunitasi d’urgenza domenica ha  espresso perplessità e contrarietà alla chiusura dei pubblici esercizi alle ore 18:00. Per la ristorazione è impedita l’attività del servizio principale della giornata, ovvero la cena, mentre per i bar si tratta di un’ulteriore forte contrazione dell’operatività.

La contrarietà si aggiunge alla consapevolezza da parte della Federazione che non esiste connessione tra la frequentazione dei Pubblici Esercizi e la diffusione dei contagi, come dimostrato da fonti scientifiche, che attribuiscono piuttosto ad altri fattori –mobilità, sistema scolastico e mondo del lavoro- le principali fonti di contagio.

La Federazione ha preso atto delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Conte relativi ad interventi urgenti e specifici a favore del settore. Pur apprezzando l’impegno dal Governo, la Federazione si è immediatamente attivata affinché gli stessi siano economicamente significativi, certi e immediatamente esigibili per tutte le imprese del settore.

Ricordiamo inoltre che il prossimo 28 ottobre FIPE sarà presente in 21 piazze d’Italia per ribadire i veri valori del settore – economici, sociali, culturali ed antropologici – messi in seria discussione dagli effetti della pandemia da Covid-19, che sta mettendo a repentaglio la tenuta economica del settore, l’occupazione (a rischio oltre 350mila posti di lavoro) e il futuro di oltre 50.000 imprese.

APCI chiede al Governo sostegno e prospettive per il lavoro dei cuochi

APCI, Associazione Professionale Cuochi Italiani, esprime disappunto per la decisione di chiudere i ristoranti alle ore 18, una scelta che non permette ai cuochi di vedere nessuna garanzia per il proprio lavoro. Non solo economica, ma anche strutturale.
Le chiusure a intermittenza penalizzano fortemente le figure professionali del comparto, che vedono ridursi inevitabilmente le proprie prospettive di mantenimento (e di ricerca) del lavoro.

“Quello che manca completamente al Decreto che bisognerà rispettare fino al 24novembre – commenta il Presidente di APCI, Roberto Carcangiu – è proprio la mancanza di prospettiva e di speranza per chi lavora come cuoco e anche per chi è legato al settore ristorazione per la propria professione: strutture turistiche, aziende del settore agroalimentare, distributori, ecc. Un intero mondo che fa da motore del nostro Paese al quale si sta chiedendo di indebitarsi senza concedere una visione di ripresa”.

APCI difende e tutela i lavoratori di questo settore, chiedendo che chi ha lavorato bene

Birrificio 620PASSI con APCI per fornire le prime bottiglie personalizzate agli chef professionali
Sonia Re

venga messo nella condizione di poter vivere del proprio lavoro. “I nostri associati – commenta Sonia Re, Direttore Generale di APCI– in questi mesi hanno investito molto per capire come muoversi al meglio. Hanno investito per adeguare i locali alle norme di sicurezza richieste, in soluzioni digitali per poter lavorare meglio sull’asporto e il take away, in formazione personale, per comprendere le logiche di un mercato che sta cambiando. Alla base di un ragionevole sostegno alla categoria ci sarebbe il diritto a lasciar lavorare ognuno, nel rispetto delle norme. Se il Governo ritiene che non ci siano le condizioni per farlo, che imponga la chiusura reale, non indotta, assicurando però la dignità di ognuno, con ammortizzatori dedicati”.

APCI chiede considerazione e tutela del lavoro per la categoria dei cuochi, per creare insieme, seppure nelle difficoltà, un Paese che possa contare sulla forza e la competenza dei propri lavoratori.

Filiera Italia: “In un mese perderemo 10 miliardi di fatturato dell’intera filiera agroalimentare”

“Prevediamo una perdita di 10 miliardi di vendite per l’intera filiera agroalimentare” questa la stima di Filiera Italia.

“Dovremo prendere in considerazione un prolungamento della sofferenza per le filiere dei vini, dei formaggi e dei salumi di qualità che già durante il precedente lockdown avevano toccato un terribile – 40%”. dice Luigi Scordamaglia consigliere delegato di Filiera Italia.

filiera italia
Luigi Scordamaglia

Secondo la fondazione che raccoglie il meglio del Made in Italy agroalimentare del settore, infatti, a pagare queste restrizioni non sono solo i ristoratori che hanno investito in misure di sicurezza e che oggi si trovano a pagare a caro prezzo il costo della crisi, ma anche 70 mila industrie agroalimentari; a rischio ci sono fino a 400.000 posti di lavoro tra filiera produttiva e ristorazione. “Con gli uffici in smart working – dice il consigliere delegato – non si può credere che consentire l’apertura solo per pranzo rappresenti una misura sufficiente, sono già moltissimi i ristoratori che pensano a una chiusura totale per limitare le perdite”. E conclude Scordamaglia “Subito ristoro quindi diretto ed adeguato, non certo sufficienti le poche migliaia di euro ipotizzati, con importi che devono essere riferiti ovviamente ad ogni singolo locale e non a ragione sociale”

Federalimentare: “Ripagare con contributi sostanziosi i sacrifici che si stanno chiedendo ai ristoratori”

“La stretta che il governo sta imponendo per la seconda volta all’Horeca è ancora più dolorosa della precedente: colpisce un settore portante che stava entrando a fatica nella fase della convalescenza dopo la stangata subita. È una misura al di sopra di quanto il settore può sostenere e che può rivelarsi letale. Stavolta, perciò, niente pannicelli caldi o misure insufficienti: per difendere il settore c’è bisogno di contributi importanti volti a proteggere i ristoratori e le loro attività” commenta così Ivano Vacondio quanto contenuto nel nuovo DPCM.

Ivano Vacondio

“Si sta chiedendo a questo settore un grande sacrificio per salvaguardare la salute di tutti, ma un impegno del genere ha bisogno di rassicurazioni che siano realmente compensative” afferma Vacondio, che aggiunge: “Per intenderci: gli aiuti inseriti nel dl agosto che prevedevano 600 milioni a fondo perduto erano già inadeguati prima, ora sarebbero un vero e proprio schiaffo. Ci vuole un ordine di grandezza tutto diverso: sappiamo la situazione della finanza pubblica, ma uno zero in più a quella cifra sarebbe auspicabile. Il rischio, altrimenti, è quello di dover fare i conti con l’impossibilità, da parte del settore, di riuscire a ripartire, con una contestuale penalizzazione per il rilancio complessivo del Paese”. E continua: “Siamo consapevoli di chiedere alle istituzioni un grande sforzo ma siamo anche certi che esso rappresenti un “debito buono”, un investimento dello Stato in un settore che negli ultimi anni è stato l’unico a far registrare il segno più tra i consumi alimentari interni”.

Il rischio vero, se non si interviene in modo adeguato – conclude Vacondio – è quello di rendere strutturale la crisi. È già avvenuto con quella del 2008: il Paese non può permettersi di scendere un altro scalino”.

GH – Grossisti Horeca stima ulteriori perdite pari a 1 miliardo di euro

“Dietro la ristorazione c’è una filiera di quasi 4mila aziende e 58mila dipendenti che con il Decreto in vigore da oggi accuserà ulteriori perdite per circa 1 miliardo di euro. Complessivamente, in questo annus horribilis il sistema distributivo nel canale horeca accuserà mancati introiti per oltre 8 miliardi di euro, pari a circa il 50% del proprio fatturato. Dietro alle saracinesche chiuse di bar e ristoranti ci siamo anche noi, e il Governo non potrà non tenerne conto nei piani di ristoro che sta redigendo. Chiediamo aiuti concreti e immediati”. Lo ha dichiarato lunedì 26 ottobre Maurizio Danese, presidente di GH – Grossisti Horeca, l’associazione che rappresenta le principali aziende italiane del food nel canale del ‘fuori casa’ (ristoranti, hotel, bar, ecc.), oltre alle mense collettive e catering.

“Da marzo ad oggi – ha proseguito Danese – abbiamo garantito la tenuta del comparto con politiche aziendali-cuscinetto tra i produttori e il canale horeca; abbiamo sopperito alla mancanza di liquidità dei nostri clienti subendo anche importanti perdite su crediti, sostenendo così il settore. Questa seconda ondata – ha continuato il presidente di GH – non mette a rischio solo la nostra esistenza, ma anche quella di migliaia di piccoli produttori italiani, che rappresentano la grande maggioranza delle nostre provviste. Il rischio di acquisizioni da parte di multinazionali straniere si sta moltiplicando e con il loro ingresso l’italianità a tavola ne uscirebbe stravolta. In questo periodo – ha concluso – ci sentiamo come portatori di vivande in trincee decimate da smart working e nuovi lockdown: se non ci salviamo tutti morirà un asset fondamentale dell’ospitalità made in Italy”.

Simone Ridolfi (Foodys.it): “Settore del Food Delivery ora ha grande responsabilità verso attività di ristorazione”

“Lavorando nel food delivery sto ricevendo tanti messaggi, che mi dicono “A te andrà bene! I ristoranti chiusi riesplode il delivery, sarai contento”. No non sono contento, forse 6 mesi fa, quando in tanti pensavamo ci sarebbe stata una breve parentesi di qualche settimana in cui i ristoranti avrebbero solo fatto consegne. Oggi no, non lo sono. Sento una forte responsabilità verso queste attività, queste famiglie e questi imprenditori. Da marzo a maggio, con Foodys.it, abbiamo avuto i nostri mesi migliori di sempre, ma non riesco e non riuscivo a non pensare che ogni ordine in più sarebbe servito per far pagare un pezzetto di affitto ad un nostro partner, fargli pagare un pezzetto di stipendio di uno chef, la fattura di un fornitore, che ha una famiglia anche lui, oppure anche solo le bollette di casa o l’apparecchio dentale dei figli. Il Covid a marzo è stato un avversario sleale ma alla portata del nostro mondo che era forte e solido, ora è un avversario forte e irresistibile che trova sulla sua strada un settore in ginocchio. Da imprenditore sto soffrendo pensando a questi amici. Ora abbiamo bisogno di piccoli partigiani e non di grandi condottieri. Siatelo tutti nel vostro piccolo”. Lo dice Simone Ridolfi, CEO di Foodys.it, più grande player di food delivery del centro-sud Italia, presente in oltre 10 città, tra cui Roma, Npoli, Catania, Lecce, Cosenza, Cagliari.

UIV: “Serve nuovo confronto con istituzioni”

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Paolo Castelletti, Presidente Unione Italiana Vini

“Complice anche il nuovo lockdown serale, nel 2020 il vino italiano di qualità perderà il 30% delle proprie vendite nell’horeca nazionale (hotel, bar, ristoranti, ecc.), un canale insostituibile per migliaia di piccole imprese del settore vitivinicolo. Secondo le stime del nostro Osservatorio, il mancato introito peserà quest’anno nelle casse delle aziende per un controvalore di 1,2 miliardi di euro, con una diminuzione delle vendite sul segmento per oltre 2 milioni di ettolitri di vino. Inutile nascondere la preoccupazione per questa nuova spirale recessiva, che si rifletterà inevitabilmente in particolare sui consumi di prodotto a fascia medio alta”. Così il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti, ha commentato l’ultimo Dpcm.

“Alla perdita nel canale horeca – ha proseguito – si aggiungono quelle derivanti da blocchi o limitazioni di altre attività che sono direttamente o indirettamente connesse al consumo di vino, come feste, matrimoni, convegni, congressi, fiere e spettacoli. Alla luce di questo nuovo scenario, è urgente rinnovare un incontro con i ministeri e le istituzioni preposte per capire quali potranno essere le azioni da intraprendere in difesa del nostro settore. Esprimiamo infine solidarietà agli esercizi del ‘fuori casa’, autentici ambasciatori dei nostri prodotti. Un comparto – ha concluso Castelletti – che oggi rischia la disgregazione”.

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