Uruguay chiama il mondo: la sfida internazionale di Andrés Rubino

Andrés Rubino racconta i dieci anni di Baker’s Bar e la sfida di portare l’Uruguay nel circuito internazionale della miscelazione.

2 Marzo 2026 - 16:29
Uruguay chiama il mondo: la sfida internazionale di Andrés Rubino

BAR & WINE - All’incrocio tra Dr. Pablo de María e Charrúa, nel quartiere Cordón, Baker’s Bar è diventato uno degli indirizzi simbolo della nuova Montevideo. Non è soltanto un locale di successo: è un punto di osservazione privilegiato su come la scena uruguaiana stia cercando — con metodo e ambizione — un posto nel circuito internazionale della mixology.

Spazio e identità

L’interno è costruito come un esercizio di funzionalità e atmosfera: spazio compatto, ritmo serrato, un grande bancone centrale che regge la regia del servizio e, insieme, la socialità. La sala invita alla prossimità, favorisce conversazioni e scambi, e spinge a restare. Nel fine settimana l’energia sale di livello, sostenuta da DJ set e selezioni musicali curate, senza tradire quel registro di eleganza informale che rende il locale riconoscibile: un bar notturno senza diventare rumoroso o trasandato.

Cocktail e cucina

Il cuore del progetto resta nel bicchiere. La drink list di Baker’s lavora sul bilanciamento fra rigore tecnico e identità locale, alternando grandi classici a signature pensati per il palato contemporaneo. Tra questi, il più rappresentativo è Me Mataste: una rivisitazione dello Spritz con vino bianco, zenzero e frutto della passione, diventata nel tempo una piccola icona cittadina. È la sintesi del metodo Rubino: ingredienti immediati, profilo aromatico teso, beva moderna e riconoscibilità.

Accanto ai cocktail, la proposta food è intenzionalmente funzionale: tapas, snack, piatti leggeri e il sandwich “Olimpico”, costruiti per accompagnare il ritmo del servizio e sostenere la degustazione senza spostare il focus. Non è fine dining, né vuole esserlo: è una cucina pensata per stare al passo con la qualità della miscelazione.

Sul piano economico, Baker’s gioca in fascia premium per gli standard di Montevideo: il prezzo medio di un cocktail è intorno agli 11 dollari. Un posizionamento superiore alla media locale, ma coerente con la selezione degli spirits, l’impostazione artigianale e la cura complessiva dell’esperienza. In questo senso, Baker’s è meno “un posto dove bere” e più un’operazione di ospitalità, capace di contribuire a definire un nuovo canone urbano.

Nel 2026 Baker’s compie dieci anni, ma il punto non è la longevità: è la visione. In un contesto distante dalle grandi capitali del bere miscelato, Rubino ha scelto la strada più impegnativa: costruire relazioni, viaggiare, creare scambi, invitare professionisti internazionali e portare Montevideo dentro una conversazione globale. Ci incontriamo a Firenze, in occasione della presentazione dei 500 Top Bars: è da qui che parte la nostra intervista.

Baker's Bar - Interior

Intervista ad Andrés Rubino

Uruguay è un Paese piccolo e lontano dalle grandi rotte internazionali. Quanto incide questa condizione?
Incide molto. La distanza geografica significa costi più alti, minore visibilità e meno opportunità “spontanee”. Nulla accade per inerzia: ogni relazione va costruita e ogni presenza va conquistata. Ma proprio questa complessità ci ha costretti a ragionare con metodo, senza subire il contesto.

Qual è la vostra strategia?
Se il mondo non viene in Uruguay, andremo noi nel mondo. Da un anno investiamo in viaggi, collaborazioni e nell’ospitalità di bar internazionali. L’obiettivo è posizionare l’Uruguay sulla mappa della miscelazione globale.

Siete riusciti a costruire relazioni concrete?
Sì, relazioni solide. Abbiamo collaborato con le ambasciate, in particolare con quella italiana. È la quarta volta che veniamo invitati in Italia, segno che il rapporto è reale e continuativo. Per me, che ho origini italiane, questo ponte ha un valore personale oltre che professionale.

Com’è oggi la scena della mixology in Uruguay?
Sta crescendo, ma in modo proporzionato alle dimensioni del Paese. In un mercato di tre milioni di abitanti è naturale che emergano pochi indirizzi di alto livello. Il nostro obiettivo non è solo esserci: è contribuire ad alzare l’asticella, generando stimoli e ambizioni anche per gli altri.

Qual è la vostra identità nel bicchiere?
Lavoriamo sulla miscelazione classica e contemporanea. Usiamo tecniche di chiarificazione, esploriamo nuove texture ed equilibri, ma senza perdere il legame con la tradizione. In Uruguay si beve molto whisky e il momento dell’aperitivo è culturalmente importante: il Negroni è tra i cocktail più richiesti, insieme ai drink a base di whisky.

Avete investito molto anche sulla cucina. Perché?
Perché il beverage era già a un livello alto e non volevamo che la proposta gastronomica restasse indietro. Abbiamo coinvolto chef consulenti per costruire una cucina più strutturata, capace di dialogare con i cocktail: non una semplice offerta da bar, ma un’esperienza completa.

Avete aperto anche un nuovo locale.
Sì, Pulpo: un progetto interamente incentrato sulla pasta tradizionale italiana, accanto a Baker’s. Molti si aspettavano un format basato solo su pasta e vino. Invece vendiamo moltissimi drink da aperitivo e cocktail. È una scommessa che dimostra come la cultura dell’aperitivo possa dialogare con la tradizione gastronomica italiana anche in Uruguay.

La tua storia personale quanto ha inciso in questo percorso?
Vengo dal mondo della pubblicità e ho sempre lavorato su progetti imprenditoriali. La mixology mi ha dato uno strumento potente: creare esperienze che generano emozioni autentiche. È questo che mi interessa — costruire momenti che restino impressi nella memoria delle persone.

Il tuo distillato preferito?
Il whisky. Per complessità, storia e versatilità.

Il cocktail che eviteresti?
Il Fernandito. Ma con rispetto per chi lo ama.

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