Un cocktail con Mitch 105: Spritz, vodka e un aneddoto surreale a Livigno
Mitch di 105 si racconta in una chiacchierata con Nicole Cavazzuti. Scopri il suo rapporto “leggero” ma sincero con i cocktail.
BAR & WINE - Lo ascoltiamo ogni mattina su Radio 105, nel morning show “Tutto esaurito”, e da poche settimane lo vediamo anche in TV: Mitch (Giovanni Mencarelli) è il volto di “Recensioni del Terzo Tipo”, il format di Food Network che mette alla prova ristoranti e recensioni, in onda il venerdì alle 22 (prima stagione partita il 23 gennaio 2026, fino al 20 febbraio).
E proprio perché Mitch è abituato a stare “in mezzo” alle persone — tra locali, eventi, serate — abbiamo fatto con lui una chiacchierata su cocktail e spirits, per capire che rapporto ha davvero con il bere miscelato… adesso che, oltre a sentirlo in radio, lo seguiamo anche sul piccolo schermo.

Se io ti dico cocktail...?
Mi piacciono. Non sono uno che beve tantissimo, però mi diverte il rituale: l’idea dell’aperitivo, il bicchiere giusto, l’atmosfera. È una cosa che associo più al momento e alla condivisione che alla quantità.
Che tipo di cocktail scegli più spesso?
Sono un tipo da Spritz. È il mio riferimento: immediato, sociale, leggero nel modo giusto. È quel genere di drink che non pretende di essere “un’esperienza” a tutti i costi, ma ti accompagna bene, soprattutto quando sei in giro e vuoi stare semplice.
Durante il programma hai scoperto qualche cocktail particolare?
Sì, mi hanno proposto un Aperifico. Io avevo chiesto uno Spritz, e loro mi hanno detto: “Guarda, noi facciamo questo”. Mi ha colpito proprio per quello: era un’alternativa pensata per chi ama quel mondo lì, con la stessa logica di freschezza e bollicine, ma con una personalità diversa, più legata al territorio.
Ti ricordi la ricetta, almeno a grandi linee?
La struttura era simile allo Spritz, quindi bollicine e parte bitter, però con un prodotto specifico “al fico”. Buono, riconoscibile, semplice da bere, con un’identità.
E ti è piaciuto al punto da portartelo a casa?
Sì, mi sono fatto dare due bottiglie. È una cosa che faccio quando scopro qualcosa che mi convince: mi piace l’idea di poterlo riassaporare a casa. E quando ho un momento tranquillo o qualcuno passa da me, posso offrire qualcosa che so già che funziona.
A casa ti fai mai l'aperitivo?
Sì, mi sono organizzato con una specie di minibar. Niente di che, non è un bar “da copertina”, ma ho una selezione di bottiglie di vari spirits. È più un’idea di ospitalità e di rituale che un'abitudine personale. Mi fa piacere avere cose buone, servirle bene e godermi il momento senza esagerare.
Lo spirito che preferisci?
La vodka. Ci sono cresciuto: la classica fase “vodka Red Bull” fa parte di un’epoca e di un ambiente, soprattutto se vivi serate, eventi, discoteche. Poi col tempo resta la vodka come gusto e come abitudine: ho anche amici che vanno in Russia e ogni tanto mi faccio portare qualche bottiglia. Ho quasi una piccola collezione.
Quando viaggi quindi ti porti spesso a casa bottiglie come ricordo?
Sì, abbastanza. Se vado in un posto che mi lascia qualcosa, mi piace tornare con una bottiglia legata a quel luogo. A Santo Domingo, per esempio, ho preso rum. Non è tanto per “bere di più”: è proprio un modo per fissare un ricordo e ritrovarlo magari mesi dopo, quando lo apri in un’occasione giusta.
Hai dei cocktail bar di riferimento?
No, non ho un posto fisso. Io i locali li vivo soprattutto per lavoro: serate, eventi, situazioni in cui sei “in movimento”. Per questo faccio fatica ad avere il “mio bar”. Se ci vado, spesso è perché devo incontrare qualcuno o perché è funzionale a un appuntamento.
Per te il bar è lavoro?
Direi che è un luogo d’incontro, più che un luogo di abitudine. Se devo vedere una persona, preferisco il bar all’ufficio: è più informale, più rilassato, ti permette di parlare senza quella rigidità. Però non sono uno che “esce per andare al bar” con gli amici, ecco. È più uno spazio utile e pratico che un posto del cuore.
Quando viaggi ti interessa esplorare cocktail bar?
No, non è una cosa che cerco. Viaggio volentieri, ma non parto con l’idea di “andare nei bar migliori”. Se capita bene, ma non è un obiettivo.
Leggi la classifica dei “50 Best Bars”?
No, non la seguo. Le guide e le classifiche di cocktail bar, in generale, le ignoro: non perché le disprezzi, ma perché non fanno parte del mio modo di scegliere. Io vado più di sensazione, di occasione, di contesto.
C’è uno spirito che ti piace meno?
Sì: il cognac non è nelle mie corde. Preferisco altro, più diretto, più pulito.
E con la grappa invece, che rapporto hai?
Non mi fa impazzire. Posso apprezzarla se è fatta bene e se capita nel contesto giusto, ma non è tra le cose che cerco o che tengo come riferimento. Diciamo che non è “la mia” scelta.
Che tipo di cultura del bere avevi in famiglia?
Vengo da una famiglia di contadini, quindi l’impostazione era molto semplice e concreta: più vino che cocktail, più abitudine legata al quotidiano che “cultura del bere miscelato”. È un’origine che ti resta addosso: ti porta ad avere un rapporto abbastanza pratico con l’alcol, senza troppi fronzoli.
Un ricordo legato a un bar, anche solo un momento che ti viene in mente?
Mi viene in mente Livigno. Non ricordo il nome del posto, ma ricordo benissimo la scena, perché era una di quelle serate “da montagna” che partono leggere e poi diventano surreali in due minuti. Il bar era pieno, legno ovunque, quell’aria calda e un po’ densa che senti quando fuori fa freddo e dentro si entra con i giubbotti ancora addosso. Si beveva quello che si beve lì: bombardini, roba calda, bicchieri che profumano di panna e liquore, gente che ride e si scalda come se fosse una festa improvvisata.
A un certo punto c’era un DJ del posto, uno di quelli che conoscono tutti e che hanno l’occhio per capire chi entra. Mi riconosce, fa un cenno, comincia a chiamarmi: “Dai, vieni su, facci vedere”. E tu sai com’è: quando sei in un contesto così, con la musica che spinge, la gente che ti guarda e ti incita, ti fai trascinare. Io alzo le mani, mi gaso quel tanto che basta — più per gioco che per ego — e finisco sopra un tronco, proprio letteralmente: un pezzo di legno messo lì come rialzo, come elemento d’arredo da baita, che in quel momento diventa un palco.
E mentre sei lì sopra, con le braccia alzate e la folla sotto che fa casino, succede la cosa più assurda: da dietro arriva una ragazza, senza preavviso, e mi afferra. Una presa secca, decisa, di quelle che ti bloccano proprio. Io resto pietrificato perché non te l’aspetti: non è solo l’imbarazzo, è proprio il “non capisco cosa sta succedendo e soprattutto come ne esco senza fare una scena”. Lei non molla, zero. Io provo a spostarmi, a scendere, a girarmi… niente: ero inchiodato.
Il punto comico — e insieme un po’ tragico — è che sopra quel tronco non hai spazio di manovra, non è che fai un passo di lato e te ne vai. Sei lì, esposto, con la musica, la gente che ride, e tu che cerchi di mantenere una dignità minimale mentre dentro di te pensi: “Ok, questa va gestita con eleganza e in fretta”. Alla fine ho dovuto chiamare amici: non per fare i duri, ma perché era l’unico modo per “sbloccare” la situazione senza trasformarla in una sceneggiata. Loro arrivano, provano a farla ridere, a distrarla, a farle mollare la presa con calma, e dopo un po’ — finalmente — si stacca.
Ecco, Livigno me la ricordo così: non per il nome del bar, ma per quell’insieme di elementi che solo certe serate sanno mettere insieme — montagna, alcol caldo, musica, un attimo di euforia, e l’imprevisto che ti prende in contropiede. È una storia che oggi fa ridere, ma lì per lì ti giuro che la parola era una sola: “surreale”.
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