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Il grado alcolico dei vini cresce insieme alla temperatura del pianeta. Ma è tutta colpa del global warming?

Liv-ex, l’indice che analizza i fine wine sul mercato secondario, ha elaborato i dati relativi a 35mila etichette di Borgogna, Bordeaux, California, Piemonte e Toscana, mettendo in relazione i cambiamenti climatici, in particolare il riscaldamento del pianeta terra, con il progressivo incremento del grado alcolico dei vini negli ultimi 30 anni. Ma, a ben vedere, il trend è determinato anche da fattori diversi dal global warming.

Che il global warming sia un fenomeno che esponga a grossi rischi è sotto gli occhi di tutti. Basta pensare a ciò che è accaduto la scorsa settimana in Germania e nelle nazioni vicine. Secondo gli scienziati sarebbe infatti inevitabile una correlazione tra il progressivo innalzamento delle temperature del pianeta e le tempeste e alluvioni che si sono lasciate alle spalle morte e distruzione.

Anche il mondo agricolo, in particolare il settore vitivinicolo, guarda con grande attenzione e tensione agli sviluppi, considerati gli effetti che il mancato contenimento delle soglie fissate dagli esperti ad un aumento massimo dei 2 gradi Celsius, potrebbe provocare sulle coltivazioni.
Studi recenti confermano che una crescita delle temperature tra i 2,7 e i 4,7 gradi centigradi e una diminuzione delle precipitazioni del 40 per cento, renderebbero la vite non più coltivabile nell’Europa meridionale e nel Mediterraneo già dal 2070.

Ma c’è un’altra correlazione che emerge andando ad analizzare i dati del settore: il riscaldamento della terra avrebbe influenzato la crescita del grado alcolico dei vini negli ultimi trenta anni.

I dati di Liv-Ex e le evidenze sulla crescita del grado alcolico dei vini

Lo studio che ha confermato questa evidenza è del London International Vintners Exchange (Liv-ex), l’indice che analizza i fine wine sul mercato secondario.

A partire dal 2020 Liv-ex ha classificato 35mila etichette tra i fine wine, tenendo conto anche della gradazione, per poter generare automaticamente dei codici merce utili per le spedizioni in tutto il mondo.

Una ricerca che riguardava aspetti puramente operativi, ma che ha aperto le porte ad altre riflessioni di più ampio respiro: da questi dati, opportunamente rielaborati, è stata infatti estrapolata la tendenza degli ultimi trenta anni di incremento del livello alcolico dei vini delle più prestigiose regioni vitivinicole del mondo: Borgogna, Bordeaux, California, Piemonte e Toscana.

Come riportato nel grafico, i vini rossi toscani, piemontesi e californiani sono stati interessati da un innalzamento significativo di questi valori nell’arco temporale che va dagli anni ‘90 al 2000, epoca in cui si sono stabilizzati iniziando a calare leggermente.

I cabernet prodotti in California negli anni ’70, per esempio, contenevano circa il 12% di alcol, mentre la maggior parte prodotta oggi raggiunge il 14%.

Solo la Borgogna ha visto delle oscillazioni limitate, mentre il Bordeaux ha continuato a salire anche se, va detto, partiva dalla gradazione alcolica più bassa.

Tra l’altro, nel valutare le variazioni, va tenuto presente che il livello di alcol riportato in etichetta in Europa ha un margine di tolleranza dello 0.5%, in America un margine compreso tra lo 0.5 e l’1.5%, il che potrebbe significare potenzialmente valori ancora più elevati di quelli ufficialmente registrati e indicati.

Perché è cresciuto il grado alcolico dei vini?

Sono due le motivazioni alla base del fenomeno della crescita del grado alcolico dei vini: una legata al clima l’altra alle scelte dei produttori.

L’aumento delle temperature del pianeta ha inciso sicuramente sul processo di maturazione delle uve, con effetti sulla quantità di zucchero in esse contenuta e, di conseguenza, di alcol.

Per regioni fresche e piovose, come Borgogna e Bordeaux, il cambiamento si è rivelato positivo perché qui, con le condizioni ambientali di base, le uve fanno fatica a trovare equilibrio tra alcol, tannini e acidi.

Nelle regioni più calde i viticoltori e produttori hanno avuto sicuramente qualche difficoltà in più, considerato che non si può semplicemente raccogliere l’uva in anticipo, ma bisogna ricorrere a soluzioni in vigna, come la gestione della chioma o la scelta del giusto tempo per separare il frutto dalla vite.

Questi aspetti, a fronte delle evoluzioni climatiche, diventano critici perché, se e vero che il valore del prodotto fresco tende ad crescere con l’aumentare del suo contenuto in zuccheri, è altrettanto vero che, superata una certa soglia, si determina una inversione, perché l’eccesso di zuccheri, derivante da una velocità di maturazione superiore alla norma, penalizza la composizione dell’uva per altri aspetti qualitativi di particolare importanza come il livello di acidità, la colorazione, gli aromi, e così via.

Quindi, ad incidere, ci sono anche le pratiche di gestione in vigna, così come il lavoro in cantina: la scelta di quali ceppi di lievito utilizzare per la fermentazione gioca anch’essa un ruolo significativo, alcuni infatti sono più efficienti nel convertire gli zuccheri in alcol.

E poi non si possono trascurare le scelte stilistiche, quelle che si esprimono nelle pratiche di vinificazione che si combinano per determinare le caratteristiche del vino finito: la tendenza alla produzione di vini più maturi e potenti continua ed essere prediletta dalla maggior parte delle cantine sia francesi e italiane.

Non solo clima

Dietro i risultati dell’analisi del trend di Liv-ex quindi non ci sono solo gli effetti dei cambiamenti climatici, ma anche e soprattutto l’applicazione consapevole di pratiche agronomiche ed enologiche che consentono di dar vita a vini più rotondi e strutturati, quelli che sono sempre più spesso premiati con punteggi elevati dai grandi critici e giudici del vino, aspetto che assume una connotazione importante da un punto di vista commerciale per le aziende vinicole.

Il Global Warming ha sicuramente dato una spinta all’attività di ricerca nel settore della viticoltura, consentendo di mettere a punto nuovi interventi di gestione e controllo del comportamento vegeto-produttivo della vite, capaci di accelerare o rallentare la produzione degli zuccheri nell’uva nel corso della maturazione.

Ma il risultato finale, quello delle 35.000 bottiglie esaminate, è il frutto di un lavoro, seppur più impegnativo, consapevolmente gestito dai produttori, concentrati anche sulla realizzazione di etichette che possano essere apprezzate dalla critica prima ancora che dal mercato.

 

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