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Tipsy, il robot italiano che prepara cocktail

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Tipsy

È nato in Italia ma da poco lavora negli Stati Uniti, al Miracle Mile Shops del Planet Hollywood Resort & Casino di Las Vegas, il robot bar tender Tipsy.

Dopo fast food e ristoranti automatizzati e robot aiutanti d’hotel, la tecnologia continua a mostrare le sue infinite possibilità per il mondo dell’Horeca con un congegno capace di replicare il lavoro del più raffinato e preparato dei bartender.
Dai laboratori torinesi della Makr Shakr, Tipsy è arrivato a Las Vegas accompagnato dalle proteste di un gran numero di lavoratori (baristi, camerieri, cuochi) dei casinò della città, che si sono sentiti minacciati dalle sue braccia robotiche capaci di preparare 60 diversi tipi di cocktail per un massimo di 120 all’ora. 

Servirsi con Tipsy è abbastanza semplice: basta inviare i comandi tramite un tablet a cui è collegato, scegliere o comporre il proprio cocktail e attendere che, dopo aver mixato gli ingredienti e decorato il bicchiere, questo venga servito al cliente. Il tutto al costo di circa 14 dollari da pagare con carta di credito.
Potendo liberamente scegliere come mixare il proprio drink, Tipsy offre quindi anche la possibilità ad ogni cliente di mettersi in gioco e sperimentare con la mixology, rendendo l’esperienza al balcone in parte più coinvolgente.

A chi – come i lavoratori di Las Vegas – sostiene che robot come questi contribuiscono alla svalutazione e alla perdita di valore del lavoro umano, i creatori rispondo che attualmente le braccia meccaniche di Tipsy non rappresentano un problema perché nel mondo ne esistono solamente sette (cinque sono presenti sulle navi da crociera Royal Caribbean e uno al Robo Bar dell’Hard Rock Hotel di Biloxi in Missisipi) e che la loro finalità è quella di sperimentare le infinite possibilità che la tecnologia può offrire, una sorta di esperimento sociale.
Tipsy insomma sembrerebbe più creato con l’obiettivo di aggiungere un tocco ludico e teatrale ad un’esperienza “standard”; i problemi per i lavoratori e la perdita di quello che potremmo definire il “fattore umano”, però, emergeranno sicuramente se il numero di queste macchine crescerà anche in altri spazi.

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