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Sugar Tax: nel Regno Unito 150 milioni di sterline

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zucchero

Da quando è stata introdotta nel mese di aprile, la tassa sul consumo di zucchero nel Regno Unito ha realizzato entrate per un totale di 153,8 milioni di sterline. La gabella è stata introdotta dal governo di Sua Maestà per contrastare l’obesità infantile e il “guadagno” viene utilizzato per finanziare l’attivita di educazione fisica nelle scuole.
Oltre 450 aziende si sono registrate per pagare la tassa, mentre molti produttori, al contrario, hanno preferito abbassare la quantità di zuccheri nella bevanda.
Ci sono due aliquote d’imposta, a seconda del contenuto di zucchero: l’aliquota normale (£ 0,18 per litro) si applica alle bevande con contenuto di zucchero tra 5 g e fino a (ma non incluso) 8 g per 100 ml e il tasso più alto (0,24 sterline per litri) si applica alle bevande con contenuto di zucchero uguale o superiore a 8 g per 100 ml. Le cifre del governo britannico mostrano che oltre il 90% delle entrate derivanti dalla tassa proviene da operatori che pagano l’aliquota più elevata.

Quanto zucchero c’è nelle bibite che beviamo?

In Inghilterra il contenuto di zuccheri di Fanta e Schweppes varia da 4,5 a 4,9 g per 100 ml, mentre in Italia oscilla fra 8,9 e 11,8 g. Lo stesso vale per l’aranciata Sanpellegrino, di proprietà di Nestlè, che nel nostro Paese ha 10,1 g di zuccheri, mentre in UK solo 4,7 g. Coca-Cola ha la stessa ricetta in tutti i Paesi (10,6 g di zucchero), anche se altre bevande della multinazionale di Atlanta sono state riformulate. Lo stesso si può dire anche per la Pepsi, che in Italia contiene 11 g di zuccheri contro i 10,9 del Regno Unito, e per 7Up (7 g). Curioso invece il caso della Sprite – bibita del gruppo Coca-Cola – che al contrario di tutte le altre bevande contiene meno zuccheri in Italia (1,9 g) rispetto al Regno Unito (3,3 g). Il piano d’azione Childood obesity: a plan for action, pubblicato sul sito di Downing Street, punta inoltre a ottenere una riduzione del 20% dello zucchero contenuto nelle bevande destinate ai bambini, partendo con un calo del 5% già il primo anno. La tassa “è sugli importatori e i produttori”, sottolinea il documento, “e non sui consumatori“. Una simile imposta è presente anche in Francia da cinque anni.

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